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In assenza di studi specificatamente dedicati alla
storia delle vicende costruttive del castello e soprattutto di una continuità
nella documentazione storica d’archivio, si sottopone all'attenzione dei lettori
un'ipotesi di datazione comparativa: individuati i principali interventi e le
evidenze artistiche del castello, si è proceduto raffrontatandoli con le
emergenze monumentali dei dintorni, studiate e conosciute con precisione da
diverse fonti, alla luce degli episodi politico-feudali particolari del feudo
limatolese.
Che sul sito del castello di
Limatola potessero sorgere strutture difensive sannite e poi romane purtroppo,
allo stato delle conoscenze, sia storiche e documentarie sia archeologiche, non
è dato saperlo con certezza. Il luogo, già naturalmente dei più muniti per
l'eccezionale preminenza territoriale, è ipotizzabile ospitasse una arce
preromana, insediamento molto diffuso nella Campania nord-occidentale occupata
dalle popolazioni italiche. D'altra parte le circostanze anche geologiche
(presenza di grandi rocce calcaree affioranti) lo lasciano supporre senza
ulteriori difficoltà.
E ancora nel campo delle
supposizioni dobbiamo restare se vogliamo riconoscere, allo stesso luogo, una
funzione difensiva anche nell'alto medioevo. Le popolazioni locali certamente
non sottovalutarono la possibilità di rifugio sicuro, per loro stessi, le bestie
e le derrate, dalle scorrerie dei popoli germanici (sec. V) o dalle truppe
arabe mercenarie sbandate (i cosiddetti “saraceni”, sec. IX) spesso scorrazzanti
nel contado. E' probabile, però, che le più antiche strutture difensive
approntate, non sopravvissute anche per il sovrapporsi di altri interventi ben
più imponenti, consistessero solo in una calcolata successione di terrapieni,
trincee e palizzate lignee di sbarramento poste in funzione di ostacolo al
sentiero di accesso e a recinzione della sommità del colle, già di natura ben
difendibile. Le testimonianze longobarde, le prime relative al toponimo
Limatola, ne parlano, fin dagli inizi, come di un castrum: in coppia con la
vicina Caiazzo, Limatola costituì lo sbarramento imprescindibile sulla via più
breve da Capua a Benevento (entrambe capitali longobarde).
Atteso ciò, le mutate esigenze
politiche (Capua riottosa contro Benevento e poi indipendente) e una più
razionale organizzazione territoriale consigliarono forse l'erezione delle prime
opere murarie stabili, non precarie (X sec.), tipologicamente assimilabili alla
distrutta torre di Pandolfo Capodiferro alla foce del Garigliano. La stabilità e
la continuità giurisdizionale raggiunta dalla Contea di Caserta, nell'ambito del
Principato capuano, posero i presupposti per finanziare l'impresa, necessaria a
difendere l'avamposto Nord del dominio. Che queste siano le ipotesi più
probabili è avvalorato dal ricorrere, in epoca longobarda, dell'attributo "castrum"
associato toponimo "Limatule": castrum nel latino altomedievale ebbe il
significato di luogo abitato contraddistinto da funzioni militari, recintato non
necessariamente con murature, ma capace comunque di espletare funzioni difensive
e strategiche. D’altra parte, non filologica è la traduzione di “castrum” con
"castello" nell'accezione, che la storiografia ottocentesca ci ha tramandato, di
edificio tipologicamente attrezzato allo scopo di attuare difese passive e
attive con mura, torri, fossati, ponti levatoi, porte, caditoie, merli, passaggi
etc.
Neanche la fondamentale citazione,
nella bolla di Senne del 1113 (emanata a delimitazione della diocesi di Caserta)
della chiesa di "S. Nicolai, intra castellum" è sicuro indizio della presenza di
un vero e proprio castello. Probabilmente, proprio a ulteriore riconoscimento
della sicurezza del luogo, fu eretta, in quelle forme cassiniati tipiche
dell'epoca, la pieve di S. Nicola, forse a navata unica, con capriate lignee,
collocata, quasi a trasformare la preesistente torre in campanile, nelle
vicinanze della struttura difensiva longobarda. Ed è chiaro che, la presenza del
luogo di culto, fu riconoscimento, consacrato dall'autorità religiosa, e
suggello del ruolo del signore locale (non più gastaldo come nel diritto
longobardo ma conte nell'accezione feudale franca e normanna) nella gestione
della sicurezza, e quindi, della vita e dei beni dei sottoposti, cui erano
offerti protezione e rifugio in cambio della servitù o della riscossione di
decime e dazi. Pur avanzando dubbi circa la coincidenza dell'impianto
planimetrico originario della chiesa di S. Nicola con l'attuale, è senza alcuna
riserva riconducibile a quest'epoca il superstite portale in forme chiaramente
riferite al romanico campano.
Quindi, alla luce del contesto
storico, mancando testimonianze documentarie dettagliate, è piuttosto
improbabile che le prime opere murarie vere e proprie possano risalire ad
un'epoca anteriore al 1150. E' invece assai più probabile che un mastio,
circondato da opportune mura difensive, fosse approntato intorno al 1160: caduto
l'ultimo principato indipendente del Meridione, quello capuano-aversano dei
normanni Drengot (1156), nel contesto del regno di Sicilia degli Altavilla la
contea di Caserta, grazie a Roberto dei Sanseverino di Lauro, assurse al ruolo
di principale feudo di Terra di Lavoro. Forse, fu proprio grazie alla potenza
del conte casertano, di stretta fedeltà alla casa reale, e alla necessità di
tutelare il suo dominio, che sorse un vero e proprio castello. Accettando tale
ipotesi, il castello di Limatola si sarebbe configurato come un imponente
parallelepipedo, con una sporgenza all'estremità verso il Volturno (la
preesistente torre longobarda) e un'altra verso i Tifatini, ottenuta inglobando
la chiesa di S. Nicola. L'incomparabile bellezza e la stupefacente qualità
tecnologica delle tre splendide pareti superstiti intatte dei prospetti (conci
di tufo perfettamente squadrati posti in opera con assoluta precisione che
chiameremo “opus normanno”) fanno supporre una datazione coerente a quella
ipotizzata: solo grandi e potenti feudatari, quali i Sanseverino, potevano
affrontare lavori di tale imponenza, impegnando maestranze qualitativamente e
quantitativamente notevoli. Inoltre, a favore dell'ipotesi di datazione agli
anni 1160-70 delle imponenti cortine murarie esterne in opus normanno è
l'assoluta vicinanza linguistica ai principali episodi religiosi coevi in
Campania, da Salerno a Sessa Aurunca, ma soprattutto (perché nello stesso ambito
feudale) alle cattedrali di Aversa e, in particolare, di Casertavecchia. In
assenza di fonti documentarie comprovanti comunque l'origine del manufatto è
auspicabile che gli storici dell’architettura prendano seriamente in esame la
struttura: la conferma dell'attribuzione all'epoca normanna dei paramenti
esterni farebbe del castello di Limatola un unicum tipologico, almeno in
Campania, di edificio normanno militare ben conservato.
E' arduo stimare quanto possa esser
durata questa prima fase di edificazione del castello. Il primo, e per ora
unico, documento storico che riguardi specificatamente il manufatto è l'atto
emanato a Melfi il 27 settembre 1277 da Carlo I Angiò. Con esso il sovrano
angioino stanziò fondi della Curia regia per realizzare lavori (di restauro o di
completamento e adeguamento estetico resta incerto) al castello, in ciò
compiacendo ad una sua carissima "consobrina" (cugina), Margherita de Tucziaco,
usufruttuaria della struttura. I lavori del 1277 durarono un anno: ciò induce a
pensare che intervennero a modificare ben poco dell'impianto originario.
L'importanza e la particolare cura realizzativa degli ambienti voltati ad ogiva
al piano terreno, replicati con uguale volumetria al piano superiore,
suggeriscono l’identificazione con quelli relativi al restauro angioino,
previsti col duplice scopo di ammodernare al nuovo gusto gotico le strutture
esistenti (almeno una parte di esse) e di rafforzare alcuni elementi strutturali
(come i solai, precedentemente realizzati con materiali poveri e con legno).
Nell'impossibilità, come siamo, di certificarne o distinguerne altri, databili
tra il 1277 e il 1420, il successivo fulcro di interventi fu giustificato dal
passaggio di Limatola nel 1420 ai Della Ratta, già conti di Caserta.
Probabilmente in quegli anni, le esigenze ancora eminentemente militari del
castello portarono alla conclusione di una cinta muraria più esterna collegata
anche a quella del borgo, scegliendo la tipologia del recinto impostato lungo le
curve di livello del colle, interrotto, in corrispondenza di luoghi reputati
meno difendibili, con torri cilindriche o trapezoidali. Forse furono aggiunti,
alle due estremità del mastio normanno-angioino, due basse ali di costruzioni:
gli attuali ambienti terranei di servizio (pozzi, cucina ecc), adiacenti le sale
gotiche, e, sul lato opposto, in corrispondenza dell'attuale portale della corte
alta, un rivellino, con fossato e ponte levatoio, insistenti su preesistenti
opere normanne di semplice sbarramento dell’accesso.
Tra le opere riconducibili
all'ambito del rinascimento meridionale (impropriamente confuso con l'arte
catalana) è possibile sicuramente distinguere una prima fase, di fine 1400, cui
sono da riferirsi le sopraelevazioni in corrispondenza dell'accesso al mastio
(configurate come un vero e proprio palazzetto residenziale, con scala e loggia
indipendenti) e il prolungamento, per un solo alzato, delle ali ortogonali
all’insediamento normanno, fino a ricavare una corte aperta. Probabilmente fu in
questa fase che si strutturò l'accesso monumentale al piano nobile. Infatti,
riconoscendo nell'attuale soluzione un ripiego adottato successivamente per
motivi funzionali, in origine la scala fu concepita a sbalzo, o forse su archi
rampanti, con pendenza dolce, incentrata sullo spigolo dell'antica torre
longobarda, sul modello delle tipologie ben note del Rinascimento meridionale
(Napoli, Carinola ma soprattutto la vicina Capua). La stratificazione della
loggia è troppo confusa per poter essere ulteriormente interpretata. All'atto
dell'inizio del loro possesso, nel 1518, Francesco Gambacorta e Caterina Della
Ratta avviarono una ristrutturazione, attestata dalle lapidi sul portale della
cappella e del castello. E' ascrivibile a questa fase l'ammodernamento, in
chiare forme rinascimentali, delle strutture difensive della prima cinta, che
recinge la spianata del castello, la realizzazione, con un solo alzato sul lato
nord, della corte alta, definitivamente chiusa con la quarta parete, priva di
ambienti, nonché la ridefinizione della planimetria della cappella, delle
decorazioni (in tracce sulla scala) e delle bucature del piano nobile del
castello, ormai trasformato definitivamente in sito residenziale. Più oltre, nel
corso del '500 si ammodernarono ancora le strutture difensive della cinta
realizzando due veri e propri bastioni (a est, verso il fiume, e a ovest
adiacente e fiancheggiante l'ingresso), pur senza rinunciare (per evidenti
motivi economici e topografici) alle strutture medievali (pareti verticali con
camminamenti scoperti e ronde).
Episodio sicuramente più tardo fu la
sopraelevazione dell'ala nord del piano nobile (forse del 1610, al ritorno dei
Gambacorta) con la realizzazione degli ammezzati, e la posa in opera del grande
finestrone manieristico, coevo alla ridecorazione della cappella (stucchi, tele
disperse ecc.) e alla realizzazione della cucina al piano nobile. Questa fase
certamente più provinciale e molto meno pregevole sia tecnologicamente
(materiali poveri, usati in modo piuttosto sciatto) che esteticamente (la loggia
- ballatoio esterna e la attuale angusta scala) delle precedenti realizzazioni,
è di difficile lettura per la stratigrafica caotica: forse durò per tutto il
secolo XVII.
La configurazione attuale
dell'appartamento ducale, delle sue decorazioni e della cappella, trasformata in
due navate, e dotata di una nuova sagrestia, sarebbe da far risalire,
coerentemente, ai Mastellone, nuovi proprietari dal 1734, o ai Lottieri d'Aquino,
insediatisi nel 1745. Ma si trattò di episodi di possesso troppo brevi (circa 11
anni in tutto) per essere stati compatibili con l'importanza delle modifiche. Né
una data oltre il 1750 è coerente (salvo ipotizzare un ritardo culturale di
almeno 2-3 decenni) con il tipo e con lo stile delle raffigurazioni. D'altra
parte il recente riconoscimento, nella volta dell'atrio di accesso alla corte
alta, di frammenti di affreschi raffiguranti stemmi dei Gambacorta,
stilisticamente affini alle decorazioni dello stanzino a grottesche, sembrerebbe
piuttosto avvalorare l'ipotesi di lavori commissionati dall'ultimo duca
Gambacorta ante 1734. Altra testimonianza da non sottovalutare è la presenza,
all'estremità inferiore della scalea di accesso al palazzo ducale, di un fregio
decorativo attestante una data, 1696. Posizionata ivi per ricordare un qualche
evento di rilievo per il complesso, evento a noi sconosciuto, potrebbe voler
indicare la conclusione di lavori di ripristino statico resisi necessari in
conseguenza dei danni (ricordati dal Giustiniani) subiti dal castello per il
terremoto del 1688 (che distrusse Cerreto, Guardia e altri centri). Comunque e
in quel periodo che si configurò definitivamente la palazzina della foresteria,
con le sue importanti decorazioni ad affresco. Gli interventi ottocenteschi
comportarono solo ritocchi e superfetazioni scadenti per tecnologia e per
ideazione, eccezion fatta per le curiose decalcomanie industriali di una sala
del piano nobile.
Testo: Pietro Di Lorenzo
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