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Viaggio a Limatola, realtà economiche tra le più vivaci della Campania interna, ma anche località di interesse storico ed artistico assolutamente misconosciuta alla maggior parte degli stessi abitanti della provincia di Benevento.
a cura di Pietro Di Lorenzo |
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Posizione geografica e ambiente naturale. Limatola è sede di un comune diviso in quattro frazioni (risalendo il corso del Volturno: Biancano, Limatola, Ave Gratia Plena, Giardoni); la sede comunale sorge a 43 metri s.l.m., dista 51 km dal capoluogo di provincia, Benevento. Oggi Limatola ha circa 3500 abitanti. Il territorio comunale, altimetricamente molto vario, si insinua nella provincia di Caserta seguendo l'alveo del Volturno. Il paesaggio, di grande bellezza, è dominato ad est dal massiccio del Taburno, a nord e a ovest dalle propaggini collinari del Preappenino Campano e del gruppo di Monte Maggiore. Il versante sud è chiuso dalle pendici dei monti Tifatini. Il panorama, limitato all'orizzonte dalle aguzze e bianche rocce calcaree del Taburno e del Camposauro e in lontananza da quelle del Matese, sembra quasi far dimenticare la pianura affusolata, distesa lungo le anse appena accennate del fiume, e in gran parte coltivata a tabacco e mais, tratteggiati qua e là da filari di pioppi. Alle spalle, incontro le verdeggianti pendici dei Tifatini, piantagioni di ulivi e meli. Proprio la natura calcarea del blocco calcareo del Tifata convoglia verso il fondovalle numerosissime sorgenti naturali, da sempre sfruttate e rinomate per usi alimentari ed igienici.
Etimologia L'origine del toponimo oscilla tra due lezioni differenti: terra limacciosa, fertilizzata dal fiume (da limo = fango) oppure terra levigata, spianata dal fiume. La prima ipotesi sembra essere la più coerente alla luce della tradizione linguistica e dialettale delle nostre terre.
Vicende storiche Non è possibile, in assenza di indagini archeologiche sistematiche e scientifiche, dare ragione della presenza sannita e romana sul territorio: i numerosissimi e importanti materiali rinvenuti (corredi tombali, resti di ville agricole, monete, armi etc.) purtroppo non sono documentabili a causa della loro dolosa dispersione sul mercato nero antiquariale. La conquista del Meridione d'Italia da parte dei Longobardi, nel 570, e l'istituzione del Ducato di Benevento riproposero la contrapposizione che aveva contraddistinto la prima età storica, restituendo alle vie naturali di comunicazioni tra pianura e monti un ruolo non solo commerciale ma anche militare. La successiva caduta di Capua (594) e la creazione ivi di un gastaldato poi contea (640), che probabilmente ebbe giurisdizione anche su Limatola, consolidarono il loro possesso. Il primo documento storico in cui appare Limatola, con Caserta e Caiazzo, è però solo dell'834. Altra importante citazione del toponimo è riferita all'842 allorquando Landolfo, conte di Caserta, e i suoi figli, sconfissero nei pressi di Limatola i Beneventani, nel contesto delle lotte che Capua sosteneva al fianco di Salerno contro Benevento.
Caduta la potenza longobarda nell'Italia Meridionale a causa dei Normanni (Drengot ed Altavilla), Limatola fu assegnata ai Sanseverino di Lauro (1150), come possesso feudale interno della contea di Caserta i cui territori inglobavano l'omonima diocesi (1113). Nel periodo svevo continuò a dipendere da Caserta, di cui seguì le sorti. Nel 1266 Carlo I d'Angio la donò prima a Corrado Sanseverino, poi privato del titolo, e successivamente, a Guglielmo Belmonte. Morto costui (circa 1300), fu in possesso di Guglielma Cantelmo, madre di Carlo Artus. Il rientro nell’ambito della contea casertana avvenne nel 1420 con l'investitura ai Della Ratta, famiglia di origine catalana cui rimase fino al 1500. Nel caotico susseguirsi di dominatori nel Regno, e a causa di complicate vicende dinastiche, Limatola passò agli Aragona-Della Ratta (1501), ai de Andrea (1505), ai Gambacorta-Della Ratta (1509), quindi a Matteo Acquaviva e ai suoi discendenti. La separazione definitiva dal destino politico del capoluogo della contea avvenne nel 1570 grazie all'atto di compravendita dei Di Capua che la tennero fino al 1610. In quella data una erede dei Gambacorta, Diana, la riacquistò al patrimonio feudale della famiglia, di cui rimarrà possesso, fino all'estinzione, col titolo ducale. Episodio saliente del secolo XVII fu la rivolta, che sulla scia di quelle napoletane del 1647-48, infiammò Limatola: la ribellione popolare fu domata dal castellano con l'aiuto di milizie francesi. Nel 1734, alla morte senza eredi di Francesco Gambacorta il feudo di Limatola tornò al Demanio; venduto, nello stesso anno, al marchese Giovanni Mastelloni pervenne, per eredità, nel 1745, ai Lottieri d'Aquino di Pietrastornina. Restano oscure e dubbie le vicende di possesso della fine del 1700. Infatti, pur essendo documentato sulla chiesa di S. Nicola e sulle altre pertinenze religiose ducali lo juspadronato a favore di terzi, estranei alla famiglia Lottieri d'Aquino, non esistono altre prove di un ulteriore passaggio di intestazione del feudo. Sconosciuti perciò sono i passaggi che condussero il feudo e il castello nel patrimonio dei Carafa. Dopo l'eversione dalla feudalità (1806) il solo castello passò per compravendita, nel 1816, ai Canelli, di cui gli eredi dell'ultimo rappresentante, Francesco, sono gli attuali proprietari.
Le emergenze monumentali e le opere d'arte
Il borgo antico e le mura Sorto sul colle del castello, seguendo le curve di livello del pendio, dopo l'evacuazione bellica e la migrazione delle funzioni abitative e sociali a valle è oggi quasi spopolato, invaso dalla vegetazione spontanea ed abbandonato a se stesso. La scelta della posizione elevata, ispirata dalla necessità di poter organizzare più facilmente una difesa passiva, fu già concretizzata ante 1113, se la bolla di Senne accenna indirettamente alla presenza di porte e, implicitamente, di mura. In effetti, a parte qualche breve tratto funzionalmente destinato esclusivamente a difesa militare, sono le stesse case, inerpicate sul pendio, a costituire con il loro prospetto esterno una cortina muraria interrotta solo da strettissimi vicoli in salita, sovrastati da archi, all'occorrenza sbarrabili all'assalitore. Degli antichi accessi medievali, se di Portanuova si conserva, oltre al toponimo, il fornice come sottarco di una casa, della porta orientale sopravvive la struttura muraria e l'apertura ad arco ogivale, inglobate in una casa in via Schiavi. Altri elementi medievali sono riscontrabili in via Gallo Piccolo (caratteristici gli archi tra le casette) e in via Castello (eccezionale la presenza di una stretta monofora gotica in tufo giallo). All'epoca rinascimentale è da far risalire la ristrutturazione di un complesso di 3 insule di edilizia residenziale e commerciale, tra via Terra e via Castello, alle spalle di S. Biagio, caratterizzate da numerosi elementi di arredo architettonico (portali scolpiti, stemmi, portali ghierati "catalani", finestre, mensole, cortili etc.). Interessanti anche alcuni esempi di facciate in intonaco grezzo lavorato a decori geometrici. riferibili al secolo XVIII. La visita al borgo è occasione soprattutto per osservare in dettaglio la cinta muraria esterna del castello, della quale sono perfettamente riconoscibili, eccezionalmente accostati e non stratificati, gli interventi medievali, rinascimentali e barocchi. In particolare, lungo via Terra sono visibili i resti più antichi, medievali, poi aperti dalle bocche di fuoco rinascimentali; tratti coevi si avvistano in via S. Maria degli Schiavi, tra le vegetazione spontanea, lungo il declivio orientale del colle, in rapida discesa dal castello al borgo. Lungo via Castello è invece leggibile l'intervento rinascimentale tardoquattrocentesco: le mura, ancora nel tipico alzato verticale, sono interrotte, verso la sommità, da un cordolo toroidale in piperno, al di sopra del quale erano le merlature. Dalla torre quadrata che domina l'accesso al castello si innalzano, ad intervallo regolare, le torri a pianta poligonale e circolare, i cui vani interni sono illuminati da strettissime saettere. Anche se poco emergerenti, in pianta, dalla cortina muraria mostrano inequivocabilmente un profilo di alzato cilindrico su base tronco-conica, di altezza pari alla cortina, ispirato (in ossequio ai principi codificati dall’arte bellica moderna) alla necessità di resistere alle nascenti artiglierie. Al termine di via Gallo Piccolo è ancora ben conservato, anche se le lesioni recentemente aperte ne stanno compromettendo la statica, un bastione triangolare, caratterizzato dalla peculiare forma lanceolata, da postazioni di cannoneggiamento coperte e da un piano di calpestio superiore per ulteriori postazioni. Un altro bastione, originariamente previsto quale rafforzamento delle difese dell'accesso al recinto del castello, fu trasformato, alla fine del XVII secolo, in foresteria e come tale si conserva.
La chiesa di S. Biagio La chiesa, seguendo le notizie riportate dal canonico Varrone nel suo "Memorie istoriche di Limatola" (Napoli, 1795), è usualmente datata 1724, anno in cui il duca Francesco Gambacorta ne avrebbe curato la ricostruzione, nel luogo attuale, in sostituzione della più antica chiesa omonima esistente almeno dal 1113 nello spiazzetto ove oggi è una croce in ferro. La poca attendibilità del Varrone, già agli occhi dei suoi contemporanei (particolarmente duro è il giudizio espresso a riguardo dal Giustiniani nel 1797 nel suo "Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli"), e la constatazione che la chiesa risulta sempre visitata (Visite pastorali dei Vescovi di Caserta dal 1648) e quindi agibile, anche negli anni prescritti dal Varrone per la costruzione, consentono di proporre, una datazione più verosimile per l'attuale costruzione. Senza voler escludere che l'antica parrocchiale, citata nella bolla di Senne, fosse nel luogo indicato dal Varrone (con l'orientazione est-ovest, archetipa per le chiese romaniche), l'edificio odierno è, più probabilmente, una realizzazione tardorinascimentale, esemplata, in scala ridotta ovviamente, sulla tipologia della chiesa controriformista ad aula unica con cappelle laterali, architettonicamente legata ai grandi prototipi manieristici napoletani. Peraltro, la collocazione a margine del quartiere del rione Terra, ancor oggi caratterizzato da isolati di edilizia privata rinascimentale, e i documentati interventi di restauro del castello, promossi dai Della Ratta-Gambacorta, nuovi duchi di Limatola, dal 1518, ne suggeriscono una datazione intorno al 1550-1560. Indiscutibilmente a favore di tale ipotesi sono la concomitante presenza di elementi stilisticamente coerenti quali il semplice portale rettangolare, l'oculo cieco in piperno aperto sulla parete di fondo del presbiterio quadrato e la nitida composizione spaziale, basata su moduli volumetricamente semplici (semisfera della cupola, cilindro del tamburo, cubo del presbiterio etc.) accostati armonicamente. Inoltre, una iscrizione incisa sul portale, di disagevole lettura e parzialmente deteriorata, segna la data MDIC (1599) forse a chiusura del cantiere. Il 1724, citato dal Varrone, attesterebbe, quindi, non la ricostruzione dell'edificio ma solo l'inizio dei lavori di barocchizzazione, conclusi a spese del nuovo duca Giovanni Mastellone nel 1734, come ricorda la lapide inserita nella facciata della chiesa.
L'attuale aspetto esterno e le cattive condizioni dell'interno, ulteriormente manomessi e compromessi nelle loro decorazioni originarie, lasciano ancora intuire l'eleganza della realizzazione rinascimentale. Restano comunque leggibili, pur bisognosi di restauro, due interessanti dipinti coevi alla fondazione dell'attuale edificio. L'uno, pertinente ad una grande macchina lignea da altare, collocata nel presbiterio e di cui restano ampi frammenti, è stato inopinatamente ridipinto di recente. Raffigurava, il passato è oramai d'obbligo, nella pala centrale una Madonna col Bambino e i Santi Biagio e Francesco, nella cimasa un "Compianto sul Cristo morto", affiancato da pannelli con angeli, nella predella la Lavanda dei piedi, l'Ultima Cena e Gesù nel Getsemani. Il dipinto sembrava potersi ricondurre all'ambito del tardorinscimento napoletano, degli anni 1540/50. L'altra opera, tardomanieristica (inizio sec. XVII) raffigura "Cristo fonte della Grazia e dei sacramenti e i 4 Dottori della Chiesa Latina" (da sinistra: S. Gregorio Magno Papa, S. Girolamo, S. Ambrogio, S. Agostino).
La Chiesa dell'Annunziata
L'aspetto tardosettecentesco che oggi la caratterizza nasconde origini più
antiche. impossibili da documentare interamente senza far ricorso ad ipotesi di
datazione degli interventi architettonici e artistici.
Fondata certamente prima del 1403 (anno in cui il vescovo di Caserta
Ludovico de Lando la consacrò ufficialmente) sorse per volontà di una
confraternita laicale (i Battenti, raffigurati sul portale) grazie alle
elemosine dei concittadini. Essendo di juspadronato laicale dell'Università di
Limatola non fu mai sede di parrocchia. Dopo il passaggio dalla Congrega di
Carità, alla Commissione di Beneficenza (periodo fascista), all'Ente Comunale di
Assistenza (soppresso nel 1977) è oggi di proprietà del Comune.
Eretta in età tardogotica dovette avere un aspetto non molto dissimile a quello
cui i restauri recenti hanno condotto l'AGP di S. Agata de' Goti, prossima ai
modi gotici nell'Italia meridionale, soprattutto in ambienti legati agli Ordini
Mendicanti. Forse, alla fine del sec. XV fu realizzata la sagrestia vecchia, al
termine della navata sinistra, piccolo ambiente caratterizzato da voltine
poggianti su eleganti peducci. Al 1503 risale lo splendido portale
rinascimentale, di gusto spiccatamente toscano, con forti richiami classici,
sovrastato da sculture raffiguranti l'Eterno Padre e l'Annunciazione, gemello di
quello dell'AGP di Caiazzo. Una bolla di Leone X, emessa nel 1513 a conferma
dell'inalienabilità dei beni e dello juspadronato laicale, dando certezza di
diritto all'opera pia, fu l'occasione per ampliarla con l'aggiunta di due navate
laterali, divise da pilastri, e della cupola sul presbiterio. Nel corso del sec.
XVII si modificarono alcune cappelle; nel 1774 si realizzò l'attuale imponente
campanile, eretto, in sostituzione di uno più antico, in forme classicheggianti
ispirate alle coeve architetture di Vanvitelli.
Interventi della fine del 1700 e dei primi del 1800 furono la grande
sagrestia neoclassica (notevole per l'originale e riuscita scelta compositiva
dell'accesso alla chiesa, modellato con superfici concave), la volta ribassata
sulla navata principale e la Congrega del Rosario. Sulla sinistra della chiesa è
ancora riconoscibile, nonostante le numerose modifiche arbitrarie, l'edificio
rinascimentale dell'Ospedale dell'AGP, con tracce di un portale decorato in
piperno. Degli antichi e ricchi arredi, ancora in gran parte conservati fino
all'immediato Dopoguerra, non resta quasi più nulla. Testimonianza artistica
superstite
(in deposito temporaneo presso il Museo del Territorio nella Reggia di Caserta)
è lo splendido polittico di Francesco da Tolentino (firmato e datato 1527)
contornato da una imponente macchina lignea. Nei 3 pannelli conservati sono
raffigurati la Madonna in trono col Bambino, S. Giovanni Battista, S. Maria
Maddalena e, nella predella, 4 santi taumaturghi (trafugati nel settembre del
1999) e 5 storie di Gesù e Maria. La cimasa, dipinta nell'ambito della bottega
di Cosimo Rosselli, nei primi del '600, fu commissionata per sostituire il
pannello originario andato distrutto per cause ignote. Tracce di interessanti
affreschi tardobarocchi, oggi visibili nel sottotetto, sono nelle pareti
verticali della navata principale, occultati e parzialmente occlusi dalla
realizzazione della volta ottocentesca. Da segnalare, ancora, due lapidi
tombali, nella cappella del Cuore di Gesù, ricca di stucchi; il bell'altare
maggiore, manifattura napoletana della metà del XVIII secolo, pregevole per i
marmi impiegati; il bassorilievo barocco dell'acquasantiera e le sculture
rinascimentali del conservatorio dell'olio santo e del lavabo, posti nella
sagrestia grande.
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BIBLIOGRAFIA AA.VV.: Per una storia della città di Caserta dal Medioevo all'età contemporanea. Caserta, 1990 AA.VV.: Dizionario di Toponomastica. UTET, Torino 1991 AA. VV.: Visite pastorali dei Vescovi di Caserta 1640-1950 (Archivio Storico Diocesi di Caserta) ARAGOSA, Giuseppe: Limatola e il suo casale Biancano. KAT Ed., Benevento 1994 CHIANESE, Umberto: "Il polittico di Francesco da Tolentino" in "Terremoto e restauro", Sopr. ai BB.AA.AA.AA.SS. di Caserta e Benevento, CE 1990 DI LORENZO, Pietro: “Il Castello di Limatola” in “Le Province”, luglio 1997 DI LORENZO, Pietro: Nataleinsieme '95-'96, Limatola 1995 DI LORENZO, Pietro: L'Annunziata di Limatola in "Caserta Domani". Ottobre 1994 GIUSTINIANI, Leonardo: Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli. Napoli, 1797 LAUDANDO, Tommaso: Storia dei Vescovi della Diocesi di Caserta. Ristampa, Caserta 1996 TESCIONE, Giuseppe: Caserta medievale e i suoi conti e signori. Caserta, 1990. VARRONE, Bartolomeo: Memorie istoriche di Limatola. Napoli 1795 |